“Osvaldo Licini - Dipinti e Disegni“ - Galleria d’Arte “Il Torchio” - Milano febbraio 2002

Osvaldo Licini - Dipinti e Disegni
Galleria d’Arte “Il Torchio”
Milano, febbraio 2002.

“…Egli è stato ed è rimasto per tutta la vita un irregolare, anzi un “eretico”, come egli preferiva definirsi: un “eretico di ogni religione estetica” ha affermato Mario De Micheli a proposito di Osvaldo Licini.
Si tratta di un artista “contro” che ha cavalcato le avanguardie quando intendeva punire il conformismo, salvo abbandonarle allorché si ammantavano della gloria dell’accettazione. E’ stato filo-cubista e futurista nei momenti della provocazione, quindi astrattista sui generis in opposizione all’imperante novecentismo. Una volta costretto negli schemi, se ne usciva per riacquisire la libertà di pensiero e di azione propria dell’eretico, dell’anarchico, del poeta che intingeva il gesto nella trasgressione di Rimbaud, nei versi errabondi di Dino Campana, nel desiderio di infinito di Leopardi.
E’ da considerarsi un letterato pronto a scavare l’animo umano ( in primis il suo da usare come specchio illusorio ) per tradurlo sulla carta dell’interpretazione, non della rivelazione.
Egli comunicava, negli scritti e nei quadri, attraverso la metafora che, come la sfinge, va letta nella contemporanea e opposta verità. La contraddizione, quella dell’uomo e della sua esistenza, si riflette nel suo cielo orfano di Dio che ospita la ribellione degli angeli, ora figure sublimi e romantiche, ora luciferi dai riverberi demoniaci.
Licini, nella sua lunga esperienza di solitario che conosceva perfettamente gli avvenimenti e i personaggi del mondo, ha vestito i panni della trasformazione non come opportunità di mimesi ma come modello di fuga dalle convenienze, per poter essere sempre e ovunque se stesso, al riparo della propria intelligenza e sensibilità percettiva. Un modo che gli permetteva di indagare più a fondo ( dall’alta solitudine di Monte Vidon Corrado, dove si rifugiava, dove ha vissuto a lungo e dove sempre è comunque rimasto col desiderio ) il respiro del mondo che intanto cambiava senza mutare la gente. In tale contesto si colloca quella “merda” graficamente distillata per vocali e consonanti come emblema di ribellione; questa parola frantumata significa inoltre una presa di coscienza esistenziale nei confronti di certi ipocriti atteggiamenti della nostra società. Licini ha saputo essere dunque poeticamente duro e scatologicamente tenero, tanto da condurre il nostro sguardo fino alla soglia di una piacevolezza interrotta da un segno di caduta, da una macchia di racconto, da un accenno di non finito, di lasciato correre in fretta come una pennellata sfuggita al pentimento.
Si è già detto della sua decisione di porsi “contro tutte le tendenze, i gruppi, i programmi in arte“, come egli stesso proclamava poco prima di entrare nell’ambito del Milione.
Aderendo all’astrattismo non ha rinunciato al suo credo, ma l’ha usato per scardinare il forziere delle altrui certezze. Infatti, parlando di un suo quadro del 1936, egli accennava a “forze rettilinee elementari che si sprigionano dal basso e si trasfigurano entrando nel cielo astratto, che percorrono su rotte armonie ideali…Volevo dimostrare che la geometria poteva diventare sentimento“. Il suo impegno era più rivolto verso l’”umanità” di Klee che non verso l’ortogonalismo di Mondrian. Il germe dell’eresia entrava con lui nel tempio. Dirà qualche anno più tardi: “Adesso non sono più astrattista…Adesso me ne vado un po’ svolazzando per conto mio, nei cieli della fantasia“.
Non è un uccello che si può tenere in gabbia con la pretesa che canti e offra alla contemplazione dei presenti la variegata bellezza delle sue piume. Licini è l’officiatore delle contraddizioni, è ciascuno di noi in preda ai sogni e alle paure, alle cabale per sopravvivere, per riuscire magari un poco a volare rasenti al suolo, guardando intanto la luna, specchiandoci nel bene e nel male cuciti a filo di matita.
Di cielo in cielo sono diventato un angelo abbastanza ribelle, con la coda, insomma, e qualche volta mi diverto a morderla, questa coda“. Che cosa significa? Che la creazione porta con sé i suoi misteri che non debbono necessariamente essere svelati.
L’arte non va spiegata nei suoi significati più profondi per essere apprezzata, per essere “compresa” dagli spiriti sensibili. Un’eccezione per l’Amalassunta che, al di là del riferimento storico che la vuole figlia di Teodorico, “è la nostra bella luna, garantita per l’eternità. E’ ancora la proiezione poetica della nostra aspirazione di vita“. Chiaro? Speriamo di no, così sarebbe piaciuto a Licini.
Il “no” induce ciascuno a recepire i dubbi, a cercare risposte o ripari alle incertezze. I problemi di interpretazione sorgono dal fatto che Licini ha riversato nelle immagini il senso di quei versi che egli serbava in cuore e ogni tanto scriveva per ribadirli sulle pagine dell’arte. Erano il frutto maturo di una cultura accesa dagli esordi futuristi, cresciuta nel corso delle frequentazioni parigine imbevute di Rimbaud, Mallarmè, Baudelaire, Lautréamont, Apollinaire, Valéry : i poeti della vita e delle sue incongruenze. Ha annotato Licini, parafrasando proprio Rimbaud: “Aspettando il paradiso, per ingannare la noia dell’attesa, l’uomo ha inventato l’arte, la più nobile delle dilettazioni umane“.

L’attuale omaggio, promosso dalla Galleria Il Torchio, intende percorrere un ampio tragitto creativo dell’autore marchigiano partendo da alcuni lavori degli anni Venti d’impronta dichiaratamente paesaggistica, dove la realtà viene dissolta in un gesto-traccia che non la rappresenta ma la evoca attraverso la seduzione dell’immaginario. Il “Paesaggio” con casa emerge in alto dall’uniformità di un impianto scandito dall’urgenza dell’ispirazione, mentre “Marina” del 1926 è un miraggio in attesa di sostanza. Più difficile da interpretare è un altro “Paesaggio” di arida e piatta contemplazione percorso dall’ombra dei “missili”.
Paiono il frutto di un ripensamento e di una cancellatura. Probabilmente sono stati inseriti in un secondo tempo e poi rimossi, dal momento che tali elementi narrativi non sono cronologicamente compatibili con la struttura di base. Al di là di tale episodio occorre sottolineare che i vari temi sono stati riproposti a più riprese da Licini: il primo “angelo” documentato ( un “Arcangelo” ) risale addirittura al 1919. In rassegna compare una matita intitolata “Angelo ribelle e paesaggio” dove la figura del protagonista cerca di prendere quota tra mille ripensamenti descrittivi alla presenza di un enorme seno che sorge al margine di un declivio. Tali annotazioni di stampo onirico sembrano dar ragione a chi vede nella sua antropomorfizzazione del paesaggio un aggancio alla poetica surrealista. Ma, per dirla con Flaminio Gualdoni, questi angeli che solcano l’orizzonte con il loro arcaico “grande passo” sono il segno della maturazione e della ripresa di una crescenza organica, di una ricerca di rapporto tra la terra e il cielo dell’immagine.
In effetti si nota in lui l’urgenza di uno spazio da tentare, da sondare quale si manifesta anche nella fragile aspirazione ascensionale di un ectoplasma in “Paesaggio di Monte Vidon Corrado”. Nello “Studio per Leopardi”, il recanatese si affaccia col suo cilindro da una balaustra a contemplare l’arcano, egli stesso avvolto nell’enigma di una maschera cesellata di cifre.
Una piccola chiave di lettura di questi suoi ricorrenti accenni a formule di tipologia cabalistica ci proviene da una missiva indirizzata il 1° febbraio 1941 all’amico Franco Ciliberti: “Ti scrivo dalle viscere della terra, la regione nelle Madri forse, dove sono disceso per conservare incolumi alcuni valori immateriali, non convertibili, certo, che appartengono al dominio dello spirito umano. In questa profondità ancora verde, la landa dell’originario forse, io cercherò di recuperare il segreto primitivo del nostro significato del cosmo. (…) Solo allora potrò mostrarti le prede: segni rari che non hanno nome; alfabeti e scritture enigmatiche; rappresentazioni totemiche…“.
L’”Amalassunta” del 1944/48 si presenta come una grande C che accoglie nel suo incavo un volto; la stessa C trattiene alcune lettere dell’alfabeto nell’”Olandese volante” del 1944. Formule ed enigmi si intrecciano nel cielo di Licini che confina la luna in un angolo per esprimere la minaccia di un “Pugno con merda”. E’ un gesto che spezza l’orizzonte e apre una biforcazione terrena e aerea. Una biforcazione che ritroviamo nel “verso” di “Amalassunta con pesce”, mentre il “recto” tenta un accumulo ascensionale di taglio augurale, totemico. Una Amalassunta ricamata di numeri accompagna invece una sequenza di studi astratti a segnalarci come la memoria e la ricorrenza dei temi non abbandona un Licini che ha bisogno di ritornare sui suoi passi per riannodare continuamente le fila del racconto.
D’altronde anche queste elaborazioni geometriche dell’ultima stagione, che coinvolgono angeli e draghi, si riflettono nelle prove di vent’anni addietro, anche se ormai lo spirito è cambiato rispetto all’esperienza del Milione. Il suo ora è un adattamento poetico-formale al mutare dei tempi. I “missili”, e quindi anche i “Missili sopra il mare” del 1956, sono un richiamo alla scienza che interroga il cosmo, sono un contributo di critica e di nostalgia, di razionalità e di visionarietà. Il “Cielo senza luna” del 1955 e il “Notturno” del 1957 esprimono in pittura il personale, reiterato desiderio di conoscenza, di indagine al di là dello sguardo. Con poca speranza, ormai: “Chi cerca suole mai trovare certezza./ Io cerco spesso senza mai trovare…“. Come è lontana da lui la prepotente affermazione picassiana del “non cerco, trovo”.
In una lettera indirizzata nel 1955 all’amico critico Giuseppe Marchiori esprimeva la tristezza di un cuore che ormai aveva letto tutti i libri a disposizione. La resa di Licini è la nostra resa di fronte a immagini scavate nella dissolvenza, nella speranza aggredita perennemente dall’inquietudine di un filo di matita interrotto dai ripensamenti, assediato dai fantasmi delle cancellature; oppure risolte in apparenza da tracce figurali su fondi plasmati in fretta dai rossi, dai blu, dai gialli come per il ripasso di un intonaco. Un imperativo lo tormentava: fuggire col pensiero e col gesto verso un altro cielo, verso un altro spazio, verso un ulteriore dubbio in attesa di risolvere la vita e così scoprire finalmente il suo mistero.

Luciano Caprile

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Alcuni quadri di Osvaldo Licini esposti alla Galleria d’Arte “Il Torchio” - febbraio 2002

Vedi Catalogo della Mostra (in formato pdf)


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