Il bastone di Licini salvò la vita a Picasso
Come non pensare al pittore Osvaldo Licini, che una mostra in questi giorni ricorda il mezzo secolo della sua dipartita? E per dedicargli l’amarcord riandremo ad alcuni atteggiamenti del suo ultimo periodo di vita. Licini era attento conoscitore di Ascoli. Nell’immediato dopoguerra fu il primo sindaco del suo paese Monte Vidon Corrado, per cui ogni tanto scendeva in Ascoli, in Prefettura. Nel 1958 il professor Luigi Dania, con il critico d’arte Carlo Melloni, chi scrive ed altri, organizzò – all’Arengo - la prima (ed unica!) mostra d’arte della grafica internazionale. Una rassegna di grande valore documentario con le più grandi firme italiane ed europee, compresi due disegni di Licini. L’afflusso dei visitatori nella Sala della Vittoria fu eccezionale, vennero tantissimi artisti e critici nazionali. Non mancò Osvaldo Licini che, dopo la visita alla Mostra, accompagnammo al Meletti. Con il grande maestro dell’astrattismo romantico, c’erano il pittore Ernesto Ercolani e lo scultore Alfio Ortensi, molto apprezzati dal maestro. Osvaldo Licini era di poche parole. Spesso sembrava distante, come se seguisse un suo discorso mentale. Era capace di fissare a lungo un panorama, uno scorcio di piazza, una volta quasi ne volesse assimilare l’immagine, oltre il visuale…
A tavola era quasi spartano, gradiva soprattutto le minestre. “La carne – ricordava a pranzo al Vittoria – non era per i nostri deschi d’un tempo”, ma non indulgeva troppo in ricordi, mentre in tutti noi c’era l’ansia di apprendere le vicende del suo passato sulla rive gauche di Parigi, con gli ultimi impressionisti, soprattutto con i futuristi, cubisti, l’amico Modigliani, gli astrattisti. Alle nostre domande si limitava a sorridere, col suo ciuffo (da Angelo ribelle) di capelli sale-pepe di un uomo che era stato molto bello e dalla gioventù intensamente vissuta! Ironico e ricco di humour, sapeva anche socializzare con tutti, specie nel suo paese.
Gli chiedemmo, una volta, la storia del suo nodoso bastone e finalmente un giorno raccontò:“ Io sono stato ferito ad una gamba, nella grande guerrà per cui, rimasto col ginocchio bloccato, sono costretto a reggermi con questo bastone. Una sera, a Parigi, durante una performance d’arte e di poesia in un teatrino, il pubblico reagì fischiando e Picasso rispose per le rime. Non l’avesse mai fatto: il palcoscenico venne assalito da energumeni, Pablo, allungato su un tavolo, lo stavano pestando a morte. Non sapendo cosa fare, mi misi ad urlare mulinando questo bastone come una clava, facendo subito il vuoto, e Picasso fu salvò!”.
[Fonte: Carlo Paci, il Corriere Adriatico 27 aprile 2008]
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