“Licini. Parlava e rideva insieme alla luna”

Osvaldo LiciniLa casa di Licini a Monte Vidon Corrado in provincia di Ascoli, dove la toponomastica parla di «fiori fantastici» e «angeli ribelli», è una tappa imprescindibile nel cammino attorno all’autore nell’anno del cinquantenario della sua scomparsa. Non ancora imbalsamato in una casa museo vera e propria, in attesa di un restauro completo, l’edificio, intatto, è qualcosa di inedito, un luogo addormentato di un sonno leggero e molto struggente.

C’è un vuoto a forma di Licini in ogni angolo dell’abitazione a tre piani, e gli indizi della permanenza dell’artista, più che del cimelio in bacheca, hanno il sapore di oggetti dimenticati in una partenza frettolosa, come se l’angelo ribelle con la coda fosse davvero una notte volato via dalla finestra sui tetti. Come Cyrano e Leopardi, Osvaldo Licini subiva l’incanto della volta celeste. Sembra che il suo spazio preferito della casa fosse l’altana, accessibile dopo un’ascesa attraverso una botola in soffitta; una scala a pioli ripida e precaria (percorsa innumerevoli volte da Licini, pure malfermo e in là con gli anni) collega ancora l’ultima stanza del terzo piano al solaio: solo appoggiata al soffitto, puntata verso il buio della loggetta, conserva una bellezza metafisica e il mistero delle notti passate in terrazza da Licini a ridere e parlare con la sua «luna bella garantita d’argento per l’eternità».

Carico di suggestioni siderali è anche l’affresco che l’artista dipinse sul soffitto che incombe sul vano delle scale, ideato per coprire le cicatrici lasciate dal terremoto del 3 ottobre del 1943: una rincorsa di linee dai colori freddi che tracciano traiettorie astratte e ricordano i rami protesi di certe Marine.
L’unico altro esempio di pittura murale della produzione liciniana si trova nella stanza da letto di casa sua, un’archipittura in arancio e nero dietro la testata del letto, un affresco dipinto su un modulo triangolare che richiama le facce del poliedro di vetro del lampadario.

I mobili della camera da letto, e del resto della casa, hanno un’aria nordica e sorprendentemente moderna se si pensa che l’arredo risale agli anni Trenta, ma che acquista di significato considerando che la moglie di Licini, la pittrice Nanny Hellstrom, era di origine svedese. Le lampade di design, lo specchio panoramico del bagno (sopra la mensola dei prodotti omeopatici), la cucina affacciata sulle campagne picene, i pensili che Licini dipinse con figure di animali e fiori, vennero con ogni probabilità acquistate a Goteborg quasi ottant’anni fa, giusto un decennio prima che il signor Ingvar Kamprad fondasse l’Ikea. Tracce inequivocabili di nord Europa i decori natalizi dimenticati in cima alle porte, i fili di luci nella sala che un calendario ha fermato a venerdì 17 giugno di un anno imprecisato.

Osvaldo LiciniNato nella provincia ascolana (e inspiegabilmente rimasto a Monte Vidon Corrado quando la madre modista, il padre cartellonista pubblicitario e la sorella etoile dell’Opera di Parigi si trasferirono definitivamente nella capitale francese) Licini era cittadino europeo e glocale ante litteram pur facendo base nelle Marche.
Studente dell’Accademia a Bologna a soli tredici anni, convalescente in Francia dopo la prima guerra mondiale, in vacanza in Scandinavia con la moglie, spesso in viaggio in Italia, non perse mai di vista gli accadimenti artistici e politici del mondo pur scegliendo come osservatorio Monte Vidon Corrado.
Come nei suoi progetti di «Castelli in aria», la casa (per Licini dichiaratamente un laboratorio d’arte sperimentale) è sospesa, movimentata piena di aperture, con le finestre spalancate per lasciare entrare il paesaggio direttamente nelle opere: la veduta di una casa bassa appoggiata sulla collina accanto un albero frondoso, soggetto ricorrente di tele e disegni liciniani, è inquadrata nella cornice della finestra in cucina. Oggi, nello spazio reale, accanto a quella stessa casa bassa è sorto uno scellerato complesso edilizio, ma un tiglio clemente dalla strada lo nasconde abbastanza bene alla vista.

Entrambi artisti e melomani (il frac delle grandi occasioni è ancora nell’armadio a muro, con le giacche morbide che oggi si direbbero destrutturate e allora gli procuravano la nomea di «matto»), Osvaldo Licini e Nanny Hellström, amavano alla stessa maniera lo spettacolo teatrale e quello della natura: si spostavano all’estero per la prima dei Woyzec di Alan Berg, si incantavano sul paesaggio di Monte Vidon Corrado per guardare «crescere la primavera e i cambiamenti rapidi del cielo e dei verdi e ci divertiamo come a teatro».

Licini è metaforicamente affacciato alla finestra anche quando contempla lo scenario politico mondiale: nella lettera all’amico Catalini del gennaio 1940, segnalata dalla professoressa Daniela Simoni, direttrice del Centro Studi Osvaldo Licini, l’artista parla di sé come un «non belligerante Nerone» col suo liuto al cospetto del «magnifico incendio d’Europa».
Se la bellezza futurista e tragica del conflitto colpiva l’immaginario d’artista (pur nella condanna senza appello degli eventi bellici) la vicenda politica non ha mai lasciato indifferente l’uomo e il cittadino Licini.
«Per ciò che riguarda il mio lavoro sarà bene aspettare, bisogna avere pazienza. La mia ora non è suonata. Una irrevocabile decisione è stata presa: di non esporre, di non mostrare, di non vendere per tutta la durata della guerra. Da Milano giungono pressioni e lusinghe di ogni specie, ma io, duro. Da due anni sto accumulando materiali, materiali. Fra poco sarò pronto per la mia ultima avventura; la vera, la decisiva. Che un vento di follia totale mi sollevi! Darò tutto o morte».
In una lettera dell’aprile del 1939 l’artista spiegava all’amico e critico d’arte Giuseppe Marchiori la sua decisione di distaccarsi dall’ambiente artistico a causa dell’avvicinarsi della guerra. Partito volontario per la Grande Guerra, vicino a posizioni socialiste, aderì per un anno al Partito Nazionale Fascista ma già nel 1924 era tra i finanziatori dell’organizzazione antifascista «Italia Liber» e nell’albo dei sovversivi fino al 1930: nello stesso anno si ipotizza un avvicinamento al partito comunista clandestino.

Sono gli anni del dopoguerra a Monte Vidon Corrado quelli del maggiore impegno civile di Licini. L’artista che passeggiava sulla luna («ecco - diceva alla moglie -mi vedi volare la su…eccomi come volo per tutto l’universo…l’infinito è mio») aveva i piedi ben piantati e per terra, rispetto per il mondo contadino e idee progressiste molto precise su come amministrare il territorio. Dal 1946 al 1956 fu sindaco di Monte Vidon Corrado eletto nelle liste del Pci col simbolo della spiga di grano che raggruppava i partiti della sinistra e, come indicato dagli studiosi Luigi Gerosa e Luciana Luciani dell’Istituto Regionale per la Storia del Movimento di liberazione delle Marche, ben rappresentava l’unità dei lavoratori della terra e quelli della manifattura del cappello di paglia tipica del luogo.
Le riunioni di partito si svolgevano nella cantina di Licini, uno degli spazi più belli della casa; sotto le coperture in volte di laterizio, in cui si discuteva di finanze comunali e sovrimposte fondiarie, tra grappoli di fiaschi, sono ancora allineate le cassette e gli imballaggi delle opere dell’artista Licini di ritorno dalla Biennale di Venezia, dalla Quadriennale di Roma e dal Centro Culturale Olivetti di Ivrea. (Sempre in cantina Licini, pure convinto oppositore delle gerarchie ecclesiastiche, aveva inscritto un crocifisso in un cerchio di botte fissato alla parete).
Il Municipio era, ed è ancora oggi, nell’edificio accanto a casa Licini, a sancire la naturale convivenza e l’intersezione tra la sfera pubblica-politica e privata-artistica.
Nei dieci anni di amministrazione la Giunta Licini si è occupata in modo rigoroso del risanamento del bilancio comunale, dell’ampliamento della scuola elementare e di quello del cimitero, mentre le creature liciniane venivano esposte e premiate a Firenze, Milano, Londra, San Paolo del Brasile; l’artista ha firmato delibere con la stessa naturalezza con cui il primo cittadino ha riempito di pennellate multicolori il davanzale del suo studio casalingo dove era solito appoggiare i pennelli.

Il paesaggio di fronte alla casa natale e a quella comunale è identico: i rilievi delle colline e le impennate dei Sibillini che si mostrano, spesso innevati, come apparizioni improvvise, come fantastiche e abbacinanti Amalassunte.

N.b. Le foto che corredano l’articolo: un ritratto degli anni ’20 di Osvaldo Licini (archivio Paola Franciosi); scala affrescata di casa Licini (foto Mariano Fagiani); ritratto di Ave; camera da letto con archipittura di casa Licini e la facciata della casa (foto A.Cifani)

A cinquant’anni dalla morte di Osvaldo Licini, due mostre celebrano il pittore e scrittore marchigiano, uno dei più importanti del ‘900 italiano, L’allestimento monografico Osvaldo Licini dalle Marche all’Europa di Ascoli Piceno, presso il Polo Culturale di Sant’Agostino ricavato da uno splendido convento rinascimentale, fa il punto sulla produzione pittorica del maestro piceno riunendo, oltre a quelli già presenti nella galleria Licini, circa sessanta dipinti provenienti da numerosi musei italiani e stranieri e da collezioni pubbliche e private selezionati dai curatori della mostra Stefano Papetti, Elena Pontiggia ed Enrica Torelli Landini.

Osvaldo Licini - La stagione del paesaggio, a Monte Vidon Corrado, allestita in parte presso il Centro di Studi Osvaldo Licini, diretto con sapienza ed entusiasmo da Daniela Simoni che ha anche curato l’esposizione, in parte presso la casa natale di Licini (eccezionalmente visitabile per l’occasione) porta l’attenzione sull’attività dei primi anni del pittore – quella più prettamente figurativa – toccando, nei numerosi contributi critici, alcuni temi familiari e privati che ebbero un riflesso importante sulla sua opera. Si tratta di un’esposizione documentaria, fotografica e pittorica incentrata sulle opere di paesaggio, naturale e umano, realizzate dal Maestro soprattutto nel primo periodo della sua attività artistica, quello figurativo.

Le due mostre, ognuna dotata di una precisa identità e complementari tra loro, verranno inaugurate il 18 aprile 2008 e saranno visitabili fino al prossimo 4 novmbre.

La mostra a Monte Vidon Corrado: dal 18 aprile al 4 novembre 2008 è possibile visitare casa Licini; oltre agli affreschi del maestro, e agli oggetti personali e agli arredi, sono in mostra nelle stanze dell’abitazione:

• Scatti di Nino Ricci e Romani Folicaldi
• Immagini fotografiche della casa stessa prima della riapertura, a cura di Alfredo Cifani
• Istallazione composta con stralci della corrispondenza liciniana dedicata al tema della finestra.
• Lapide funeraria realizzata su commissione di Geremia Concetti nel 1919 per la morte a causa di un’epidemia della moglie e dell’unico figlio maschio; mostra da altare con angeli, (opera giovanile); arazzo nuziale firmato e datato 1928.
• Quadreria di fotografie e cavalletto con manifesto elettorale del 1951
• In cantina sono proiettati filmati Rai degli anni Sessanta e Settanta (tra questi intervista al critico Marchiori)

L’autrice - Silvia Veroli
Giornalista pubblicista e praticante professionista collabora con il Manifesto, Alias ed Engramma on line occupandosi di visioni e argomenti di cultura. Avvocato con la toga al chiodo, cura l’ufficio stampa della Camera di Commercio di Ancona, cerca storie interessanti in giro per il mondo che poi finiscono dentro articoli giornalistici, cortometraggi e libri per bambini.

[Fonte: Silvia Veroli, Alias - il Manifesto 26 aprile 2008]


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