Licini, l’artista che giocava con la luna

Osvaldo LiciniUn quintetto di fiati per un brano di Giovanni Allevi accoglie i visitatori a Monte Vidon Corrado, nella casa dal fascino délabré che appartenne a Osvaldo Licini. Nessuno meglio del folletto della musica italiana poteva interpretare la «leggerezza» di un pittore che diede forma visionaria al cosmo e regalò poesia alla geometria.

Nel cinquantenario della scomparsa, complice un Gran Premio della Pittura alla Biennale di Venezia, le Marche celebrano l’«Anno Liciniano» con due mostre: cento opere presso il polo culturale Sant’Agostino ad Ascoli Piceno; e la stagione figurativa giovanile dei paesaggi nella stessa abitazione-laboratorio del pittore, inerpicata su un colle come un’astronave, le finestre rivolte al cielo ed ai monti Sibillini.

Licini è artista di levatura europea, complesso e di mille sfumature, ancora troppo poco conosciuto, dunque l’evento è unico per scoprire, fino al 4 novembre, un grande talento «eretico», mai omologato rispetto alle avanguardie cui aderì, dal futurismo all’astrattismo. Sembra incredibile che un cittadino del mondo come lui, con una sorella étoile all’Opera di Parigi, amico di Morandi e Modigliani, ammesso nella cerchia di Picasso e Cocteau, abbia deciso di ritirarsi assai presto nel presepe di Monte Vidon Corrado, di cui fu anche sindaco comunista per dieci anni, dal 1946 al 1956.

Sono forse «i talenti e i silenzi dei luoghi piceni» a irretire gli animi, come suggerisce il tema del contestuale festival «SaggiPaesaggi», curato da Sandro Polci e realizzato dall’assessore provinciale Olimpia Gobbi. Se gli anni Venti furono quelli dei paesaggi e delle nature morte, i Trenta videro Licini piegare verso l’astrazione del segno, ma per dimostrare che anche «la geometria può diventare sentimento», perchè sa parlare del corpo e delle sue pulsioni. E gli anni Quaranta danno piena forma alle sue visioni iperuraniche: la luna Amalassunta (una Madonna Assunta che è anche «mala», e contemporaneamente la sanguinaria regina dei Goti); gli angeli ribelli, più farseschi che drammatici, che narrano l’inevitabilità del male; l’olandese volante, l’Ulisse dei cieli.

Se in Licini, come dice Elena Pontiggia, c’è «la grazia di sirena e di medusa», è perchè con gli anni si fa sempre più lirico e puro il segno ed essenziale il colore, fino alla scarnificazione totale delle forme. In attesa che l’abitazione dell’artista piceno - con le sue suggestioni murali, i mobili nordici acquistati dalla moglie svedese Nanny Hellstrom, le giacche morbide e il frac, la cantina dove si svolgevano le riunioni di partito - diventi una casa-museo, è piacevole godersi anche le fotografie, le installazioni, i filmati e gli oggetti.

Nell’ex convento di Sant’Agostino ad Ascoli, i curatori Stefano Papetti, Elena Pontiggia, Daniela Simoni ed Enrica Torelli Landini hanno selezionato il meglio delle diverse fasi di produzione; molte le opere mai viste prima.

[Fonte: Santa di Salvo, il Mattino 30 aprile 2008]


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