“Carissimo Checco, se vuoi venire a farti un bagno trovati domenica mattina alle gare di Grottazzole. Io arrivo col primo treno.” Chi scrive è Osvaldo licini, l’angelo ribelle della pittura italiana, il pittore dei cieli della fantasia popolati di Amalassunte ed Angeli ribelli. Checco è, invece, il professore di Lettere Ermenegildo Catalini, di Grottazzolina. Insieme hanno condiviso una vita, fin dal 1922, quando si erano conosciuti a Fermo (entrambi docenti, Checco al Classico, Osvaldo alle Tecniche); da quel momento avrebbero stretto un’amicizia di profondità rara, durata la stagione di una vita. Nel 1958 avrebbero lasciato tutti, Osvaldo con la gloria del primo Premio alla Biennale di Venezia, Gildo con quella forma di “immortalità” che nasce dopo anni di insegnamento appassionato: l’indelebile ricordo impresso nei propri allievi. Dal pulpito della chiesa, l’amico di una vita avrebbe commemorato l’artista con un “arrivederci Osvaldo” tristemente premonitore: dopo appena un mese, il professore l’avrebbe raggiunto.
Le gare di Grottazzole era la piccola stazione di Grottazzolina, luogo di appuntamenti, di raccolta e smistamenti lungo la strada ferrata della Mare-Monti, tra i Sibillini e l’Adriatico. In trenino si arrivava a Grottazzolina ed in trenino si ripartiva per un bagno nel mare di Porto San Giorgio, un tuffo nel fiume Tenna
ed una merenda lungo le sue rive, oppure una scampagnata in montagna. Ma le gare di Grottazzole è stata spesso, per Licini un capolinea. Da qui è risalito in paese nelle sue tante visite a Checco, al fratello Felice ed a tutti gli altri membri di casa Catalini: Bernardì e le “donne di casa”, in particolare le sorelle nubili Rita e Bianchina, poi la mamma Rosa Andrenacci. La festa di Grottazzolina è stata, di anno in anno, un appuntamento immancabile per Osvaldo Licini. Una festa tanto attesa, con impazienza e nostalgia per riabbracciare gli amici, dopo i rigidi mesi invernali trascorsi nella solitudine di Monte Vidon Corrado.
Tra gli scatti nello studio Elpidi (al quale l’artista si affidava per fotografare i suoi quadri), un tagli di capelli di “Minosse” Valeriani, qualche acquisto presso la sartoria Buschi e, naturalmente, l’ospitalità familiare dei Catalini, dei Catini e dei Buschi, non mancarono mai occasioni per una visita a Grottazzolina. Qui, Licini amava sostare sui sedili di ferro dei giardinetti oppure godere, incantato, del panorama dominato dalla grande terrazza di casa Catalini. Era allora che, davanti ai suoi occhi, si spalancava la vallata del Tenna, la sua “meta immancabile”, come scriveva in una lettera all’amico Checco.
La vallata del Tenna, adagiata tra i monti ed il mare, è stato un luogo dell’anima, intriso dei ricordi di un’amicizia unica ed insuperabile tra due uomini di cultura ed umanità profonde, Osvaldo e Checco, che hanno saputo mantenersi semplici nonostante la loro “ingombrante” straordinarietà.
L’autore - Stefano Bracalente
Stefano Bracalente è dottorando in Storia dell’arte contemporanea presso l’Università degli Studi di Pisa, con un progetto di ricerca su Osvaldo Licini ed il Futurismo. Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata), con una tesi sull’astrattismo geometrico di Osvaldo Licini (relatrice Prof.ssa Paola Pallottino) ha pubblicato sull’argomento anche gli articoli 5R=(2+3)-›∞…solo una simbologia pitagorica. Le lettere ed i numeri enigmatici di Osvaldo Licini (Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia, Università di Macerata, 2004) e La scienza di Ciliberti, Licini e gli orientamenti astratti dell’arte italiana tra le due guerre (Archivio Cattaneo, Cernobbio, 2006).

