Contributi

Testi critici

Galleria d'Arte - mostra su Osvaldo LiciniLa Galleria d’Arte “Il Torchio”, nata nel 1986 con una proposta di arte classica e moderna. Fin dagli esordi ha rivolto una particolare attenzione alle opere dei grandi maestri del Novecento, con un occhio di riguardo all’aspetto primario della ricerca pittorica: disegni, gouaches, tempere e tecniche miste su carta. Nel febbraio del 2002 ha presentato una mostra monografica su Osvaldo Licini dal titolo: “Osvaldo Licini - Dipinti e Disegni“. Nel catalogo della mostra testo critico di Luciano Caprile.

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Galleria d'Arte - mostra su Osvaldo LiciniPer la prima volta vengono messi a confronto tre protagonisti dell’arte del Ventesimo Secolo, caratterizzati da un’espressività visionaria che viene fatta risalire alle loro origini in terra marchigiana: Scipione a Macerata, Licini a Monte Vidon Corrado (AP) e Cucchi a Morro d’Alba (AN).
La mostra intende indagare le relazioni artistiche esistenti tra le ricerche dei tre artisti, con l’intento di metterne a fuoco le affinità stilistiche ed espressive legate alla loro capacità di creare un immaginario fantastico, sospeso tra sogno e realtà, che si nutre di suggestioni provenienti dalla particolare posizione geografica delle Marche, circondate dagli Appennini e affacciate sul mare Adriatico. Una “marchigianità” che si può identificare in una pennellata capace di coniugare insieme quotidianità e visione, mito e tradizioni popolari, cieli tersi e morbide colline che caratterizzano il paesaggio di una regione plurale che sembra sfuggire ad ogni definizione.
Nel catalogo della mostra testo critico di Federica Pirani

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Galleria d'Arte - mostra su Osvaldo LiciniEssere marchigiani significa vivere profondamente un senso di appartenenza, anche se polemico o lacerante, al mondo delle origini, un radicamento ineliminabile nei luoghi di una terra forse meno vistosa di altre, ma capace di penetrare nel cuore come una lama, di agire prepotentemente sulla fantasia e sui sentimenti.
Le Marche sono una regione non esente da pluralismi, testimoniati dal suo stesso nome: ci si può interrogare, infatti, su quale rapporto possa esistere fra la connotazione aspra, laica e critica dell’ambiente urbinate (l’antica alterigia montefeltresca) e il clima saggiamente pratico, improntato a un’operosa capacità produttiva, delle province meridionali, originariamente timbrate in modo più netto dalla dominazione papale. Ma comune è il legame condizionante con la propria terra, anche quando si emigra a Roma, a Milano, a Parigi, a New York. Giorgio Franchetti, appassionato cultore d’arte, più marchigiano che veneziano, amava teorizzare un’antropologica “follia”, comune ad artisti connotati da strenuo individualismo, anarchismo, visionarietà, il cui parallelo letterario vedeva rappresentato nel protagonista della Macchina mondiale di Paolo Volponi, Anteo Crocioni. Una sorta di avversario messianico della civiltà contemporanea, frutto di un’immaginazione allegorica, incarnazione del disagio di vivere, anche se espressione di una volontà di rigenerazione in un universo nel quale l’utopia è sostenuta dalla forza del sogno.
Nel catalogo della mostra testo critico di Maria Teresa Benedetti

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